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Dal blitz israeliano del giugno 2025 all’Operazione Epic Fury del 28 febbraio 2026: una crisi che intreccia ambizioni nucleari, calcoli strategici e il massacro di migliaia di civili iraniani scesi in piazza per chiedere libertà.
Pubblicato il 5 aprile 2026 · Aggiornato al 5 aprile 2026 · Fonti: ISPI, Amnesty International, Wikipedia, Sky TG24, Euronews, Vatican News, Parlamento Europeo
Due operazioni militari, due nomi in codice, un solo risultato: il Medio Oriente si trova oggi nel mezzo del conflitto aperto più grave degli ultimi decenni. «Ruggito del Leone» per Israele, «Operation Epic Fury» per gli Stati Uniti: il 28 febbraio 2026, all’alba teheraniana, i caccia F-15 e F-35 israeliani hanno solcato il cielo iraniano, mentre i bombardieri americani entravano in scena per la seconda volta in meno di un anno. A fare da sfondo, un Iran già dilaniato dall’interno: migliaia di manifestanti uccisi dai propri stessi governanti nelle settimane precedenti, un’economia in macerie, una dittatura teocratica sempre più isolata ma non per questo meno brutale.
Per capire dove siamo, occorre partire da dove tutto è cominciato.
La cronologia di una guerra annunciata
Il conflitto tra Israele e Iran non è nato il 28 febbraio 2026. Ha radici nel 7 ottobre 2023, quando l’attacco di Hamas innescò una spirale che coinvolse progressivamente tutto l’«Asse della resistenza» guidato da Teheran: Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, le milizie sciite in Iraq e Siria. Nel corso del 2024 ci furono due gravi escalation, con scambi di droni e missili tra i due Paesi. A ottobre 2024, Israele distrusse quasi completamente i sistemi di difesa missilistica S-300 iraniani di fabbricazione russa, spianando di fatto la strada ad attacchi futuri.
Il 13 giugno 2025, intorno alle 2 di notte, Israele sferra il primo attacco diretto di questa nuova fase: bombardamenti a sorpresa su siti nucleari, basi militari e edifici residenziali, uccidendo diversi scienziati iraniani di primo piano «insieme alle loro famiglie mentre stavano dormendo». L’Iran risponde con oltre 550 missili balistici e più di mille droni, colpendo Tel Aviv e Gerusalemme. Il 22 giugno gli USA entrano direttamente nel conflitto bombardando tre siti nucleari, incluso Fordow. Il 24 giugno viene siglato il cessate il fuoco: la «Guerra dei 12 giorni» è finita. Ma non era che il prologo.
Il 28 febbraio 2026: l’attacco mentre si trattava
Secondo la ricostruzione di Sky TG24 e ISPI, il 28 febbraio 2026 scatta alle 9:40 ora locale. I caccia israeliani, modificando il piano originale da operazioni notturne a raid diurni grazie a informazioni di intelligence CIA sui movimenti di Khamenei, colpiscono un complesso governativo a Teheran dove la Guida Suprema e i vertici militari erano riuniti. Khamenei viene ucciso. Esplosioni si registrano anche a Qom, Isfahan, Kermanshah e Karaj.
L’elemento che rende questo attacco particolarmente controverso è il suo contesto diplomatico. Il 27 febbraio, solo il giorno prima dei raid, il vicepresidente JD Vance incontrava il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi, mediatore tra Washington e Teheran, in quello che sembrava un percorso negoziale ancora aperto. I negoziati vengono sospesi immediatamente dopo lo scoppio della guerra.
L’Iran risponde con l’Operazione Vera Promessa 4: missili e droni contro Israele e contro installazioni statunitensi in Bahrein, Qatar, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Il conflitto si allarga rapidamente. Lo Stretto di Hormuz viene minacciato di chiusura, con ripercussioni sull’economia mondiale e sui mercati energetici.
Diritto internazionale: le violazioni degli attaccanti
Le motivazioni ufficiali addotte da Israele e Stati Uniti per entrambe le operazioni militari — quella del giugno 2025 e quella del febbraio 2026 — si basano sul concetto di legittima difesa preventiva: impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Ma questa giustificazione ha incontrato una netta resistenza nella comunità giuridica internazionale e tra le organizzazioni di tutela dei diritti.
«La Commissione internazionale dei giuristi e altri esperti di diritto hanno considerato i raid israeliani come una violazione del diritto internazionale.»
Wikipedia, Twelve-Day War (fonti: International Commission of Jurists)
Il problema della legittima difesa preventiva
L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce il diritto alla legittima difesa, ma solo in risposta a «un attacco armato» già avvenuto o imminente in modo inequivocabile. Invocare la difesa preventiva contro una minaccia potenziale futura — quale sarebbe il programma nucleare iraniano — rappresenta, per la maggioranza dei giuristi internazionali, un abuso di questo principio e una violazione dell’articolo 2, paragrafo 4, della stessa Carta, che vieta il ricorso alla forza contro l’integrità territoriale di un altro Stato.
Va notato che, come riportato da Wikipedia, nel marzo 2025 la Direttrice dell’Intelligence Nazionale USA Tulsi Gabbard aveva testimoniato che la comunità di intelligence americana valutava che «l’Iran non sta costruendo un’arma nucleare». Solo il 31 maggio 2025 l’AIEA pubblicò un rapporto in cui si affermava che l’Iran aveva accumulato uranio arricchito sufficiente per produrre teoricamente nove testate — ma senza confermare un programma bellico attivo.
L’assassinio mirato di scienziati e funzionari
Il 13 giugno 2025, Israele bombardò siti nucleari, militari ed edifici residenziali, uccidendo diversi militari e scienziati iraniani di primo piano insieme alle loro famiglie mentre stavano dormendo. L’assassinio mirato di scienziati civili — per quanto impegnati in programmi militarmente sensibili — solleva questioni profonde sul rispetto del diritto internazionale umanitario, in particolare dei Protocolli aggiuntivi alla Convenzione di Ginevra, che vietano gli attacchi deliberati a persone che non partecipano direttamente alle ostilità.
La condanna internazionale
Chi ha condannato e chi ha appoggiato
Contrari: Le Nazioni Unite e la maggioranza dei Paesi del mondo hanno espresso «profonda preoccupazione» e chiesto soluzioni diplomatiche. La quasi totalità degli Stati arabi e a maggioranza musulmana ha condannato l’attacco. Amnesty International ha chiesto a tutte le parti di proteggere i civili e rispettare il diritto internazionale umanitario, ponendo fine agli attacchi illegali, deliberati, indiscriminati o sproporzionati contro persone e infrastrutture civili.
Favorevoli: Argentina, Germania, Ucraina e Stati Uniti hanno ritenuto giustificati gli attacchi per prevenire la proliferazione nucleare. I leader del G7 al vertice del 2025 hanno affermato che «Israele ha il diritto di difendersi», indicando l’Iran come «la principale fonte di instabilità e terrore regionale».
Il contesto dei negoziati violati
Un elemento particolarmente critico, evidenziato da più fonti, è la decisione di lanciare l’attacco del 28 febbraio 2026 mentre erano in corso trattative diplomatiche. Il 17 febbraio 2026, nel corso di colloqui indiretti a Ginevra mediati dall’Oman, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato che Iran e Stati Uniti avevano raggiunto un’intesa su alcuni «principi guida». Usare il tavolo diplomatico come copertura per preparare un attacco militare rappresenta una violazione grave dei principi della buona fede che reggono il diritto internazionale dei trattati.
Il regime iraniano: decenni di violazioni dei diritti umani
Comprendere il conflitto in corso richiede di non dimenticare l’altro volto della crisi: quello di un regime che da decenni opprime sistematicamente la propria popolazione. La Repubblica Islamica dell’Iran non è solo un attore geopolitico: è uno Stato che impicca i dissidenti, imprigiona i giornalisti, perseguita le minoranze etniche e religiose e nega alle donne i diritti più elementari.
Un record di esecuzioni tra i più alti al mondo
L’Iran è stabilmente tra i Paesi con il maggior numero di esecuzioni capitali al mondo. Gli attivisti ricordano come in Iran, solo nel 2025, siano state impiccate almeno 1.500 persone. La pena di morte viene applicata non solo per reati comuni ma per crimini politici, per apostasia, per omosessualità, per reati commessi da minorenni.
La repressione sistematica delle donne
Dal 2022, quando la morte di Mahsa Amini per mano della «polizia morale» scatenò un’ondata di proteste planetaria, l’Iran ha intensificato la persecuzione delle donne che si ribellano all’obbligo del velo islamico. Oltre 500 persone furono uccise in quella repressione e più di 22.000 arrestate. Le leggi discriminatorie rimangono in vigore, applicate con crescente brutalità.
La persecuzione delle minoranze
Curdi, arabi ahvaziani, beluci, azeri, cristiani e bahà’í subiscono discriminazioni sistematiche: limitazioni all’istruzione nella propria lingua, divieto di praticare la propria fede, sorveglianza costante e arresti arbitrari. Le regioni a prevalenza curda, in particolare, sono state teatro di operazioni militari e fucilazioni di massa.
Il massacro delle proteste del 2026: un crimine contro l’umanità
Tra la fine di dicembre 2025 e il gennaio 2026, l’Iran è stato attraversato da quella che molti già definiscono «la più grande rivolta dalla Rivoluzione Islamica del 1979». Scintilla iniziale: il crollo del rial, l’inflazione al 40%, il raddoppio del prezzo del pane. Ma rapidamente gli slogan sono cambiati. Non più riforme, ma «Morte al dittatore». Le proteste si sono estese a più di 220 località in tutto il Paese.
«L’8 e 9 gennaio 2026 le autorità iraniane hanno perpetrato un massacro senza precedenti di migliaia di manifestanti e semplici passanti durante le proteste che chiedevano la fine della Repubblica islamica.»
Amnesty International Italia, 5 marzo 2026
I metodi della repressione
Il regime ha risposto con la massima violenza. Le forze di sicurezza della Repubblica Islamica utilizzavano fucili a canna liscia, fucili con munizioni da arma da fuoco e mitragliatrici pesanti DShK contro i manifestanti. Un medico di Teheran ha dichiarato che le forze di sicurezza «sparavano per uccidere».
Un portavoce del Centro Abdorrahman Boroumand per i Diritti Umani ha citato prove secondo cui, anche quando venivano usate armi «meno letali», le forze di sicurezza miravano intenzionalmente alla testa, agli occhi, ai genitali e agli organi vitali dei manifestanti, terrorizzandoli mediante mutilazioni e disabilità permanenti — replicando tattiche già utilizzate durante le proteste del 2022 per la morte di Mahsa Amini.
I numeri del massacro
Dati documentati dalla repressione (dic. 2025 – gen. 2026)
Le stime sul bilancio delle vittime variano in modo significativo, rese incerte dal blackout totale di internet imposto dal regime. Le cifre disponibili includono:
- 3.117 manifestanti uccisi secondo il dato ufficiale ammesso dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano (21 gennaio 2026)
- Almeno 5.000 morti secondo la Relatrice Speciale ONU per l’Iran, Mai Sato (16 gennaio 2026)
- Fino a 12.000–40.000 morti secondo le stime di Iran International e altri osservatori indipendenti
- Decine di migliaia di arresti, inclusi minorenni, avvocati, giornalisti, medici e difensori dei diritti umani
- Oltre 900 corpi trasportati in 36 ore al solo cimitero Behesht-e Zahra di Teheran dopo i giorni più sanguinosi
La violazione del diritto alle cure mediche
Il 4 gennaio 2026 nella città di Iman, i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno circondato l’ospedale Imam Khomeini, usando armi da fuoco e lanciando gas lacrimogeni all’interno, sfondando le porte per farsi strada e picchiando chi si trovava nella struttura, compresi i feriti, i loro familiari e il personale sanitario. La presenza di forze di sicurezza all’interno degli ospedali ha sconsigliato a molti feriti di ricorrere alle cure mediche, col conseguente aumento del rischio di morire.
La giustizia accelerata per condannare a morte i sopravvissuti
Dal 10 gennaio 2026, il procuratore generale e i procuratori provinciali hanno pubblicamente etichettato i manifestanti come mohareb: persone accusate di essere nemiche di Dio e pertanto meritevoli della pena di morte. Il capo del potere giudiziario ha ordinato procedimenti rapidi e punizioni «deterrenti», partecipando personalmente agli interrogatori in assenza di avvocato, dove sono state raccolte confessioni estorte con la forza e poi trasmesse dalla televisione di Stato.
La risposta internazionale alla repressione
Le istituzioni internazionali reagiscono
L’Alto commissario ONU per i diritti umani Volker Türk si è detto «inorridito dalla crescente violenza contro i manifestanti». Il Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha tenuto una sessione speciale. La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha espresso sostegno al «coraggioso popolo iraniano» e ha annunciato il divieto di accesso ai locali del PE per tutto il personale diplomatico iraniano. Molte capitali europee, da Roma a Berlino, hanno convocato gli ambasciatori iraniani. Il G7 ha minacciato nuove sanzioni. Il ministro degli Esteri italiano Tajani ha chiesto «una transizione pacifica verso la libertà».
Una guerra a due facce: nessun protagonista è innocente
La crisi iraniana del 2025–2026 costringe chi vuole capirla davvero a fare i conti con una realtà complessa e scomoda: i bombardamenti di USA e Israele hanno violato principi fondamentali del diritto internazionale; e al tempo stesso il regime che quei bombardamenti hanno colpito stava massacrando i propri cittadini a migliaia, proprio nei giorni in cui le bombe cadevano.
Condannare l’attacco non significa assolvere il regime. Descrivere gli orrori della repressione non significa giustificare la guerra. Le due verità esistono insieme, e ignorarne una per enfatizzare l’altra significa non capire niente di ciò che sta succedendo.
Quello che sappiamo con certezza è che a pagare il prezzo più alto, come sempre, sono i civili: quelli colpiti dai missili e quelli uccisi dai propri governanti. Il conflitto armato ha accresciuto le preoccupazioni per il destino e la sicurezza delle persone detenute in tutto l’Iran, comprese le migliaia di manifestanti e dissidenti arrestati in relazione alla sollevazione del gennaio 2026. Sulla loro sorte, in un Paese senza internet, senza giornalisti, senza osservatori indipendenti, cala ancora oggi il buio.
Fonti principali: ISPI · Amnesty International Italia e Svizzera · Wikipedia IT (Guerra d’Iran, Guerra Iran-Israele del 2025, Proteste in Iran del 2025–2026) · Sky TG24 · Euronews · Vatican News · Parlamento Europeo · Geopop · Il Fatto Quotidiano · LSD Magazine · Corriere Nazionale · Iran Human Rights Monitor
I dati sulle vittime della repressione sono soggetti a incertezza a causa del blackout informativo imposto dalle autorità iraniane. Le cifre riportate provengono da fonti istituzionali (ONU, governi) e organizzazioni per i diritti umani (Amnesty International, Human Rights Watch).


